doc Crocifisso nelle scuole e in luoghi pubblici: si o no?
_ scritto il 08.11.2009 alle ore 15:18 _ 3561 letture
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La risposta alla domanda è, per quanto mi riguarda, no. Perché il crocifisso non è una semplice tradizione, non è un "simbolo innocuo che non fa male a nessuno" come mi è capitato di sentire. Non prendiamoci in giro. Se avessi un figlio e scoprissi che nella sua aula c'è appeso un crocifisso, sentirei violato il mio diritto ad educarlo secondo i miei principi (filosofici o religiosi che siano), e soprattutto sentirei che viene violata la sua stessa libertà.

A tal proposito, tra tutta la marea di articoli che mi è capitato di leggere in questi giorni sull'argomento, quello che cito di seguito è il più lucido e vicino al mio pensiero. Mi è piaciuta soprattutto la descrizione del crocifisso che sovrasta le aule di tribunale o quelle scolastiche come fosse un monito a non dimenticare mai quale strada seguire.

Buona lettura.


articolo di Marco Politi pubblicato sul Fatto Quotidiano n. 37 del 4 novembre 2009 e su Antefatto

La croce non si impone. E' il messaggio che viene da Strasburgo, dove la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sancito che i crocifissi nelle aule scolastiche rappresentano una doppia violazione. Perché negano la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e al tempo stesso violano la libertà degli alunni. Il governo italiano, tanto attento alla fede cristiana nei suoi proclami quanto a-religioso nei comportamenti del suo leader, ha subito deciso di presentare ricorso. Agitazione al centro e a destra, dove il ministro Frattini paventa un “colpo mortale all'Europa”, mentre l'Udc Rocco Buttiglione parla di “sentenza aberrante da respingere”. Prudenza nel centrosinistra: il neo-segretario Pd Bersani si limita a definire la presenza del crocifisso nella aule una “tradizione inoffensiva”. Eppure la Corte europea dei diritti dell'uomo è solo responsabile di chiarezza. Non è la sua una scelta antireligiosa, come si affrettano a diffondere le prefiche che lamentano continuamente la perdita delle «radici cristiane d'Europa». Al contrario è il limpido riconoscimento che i simboli religiosi sono segni potenti, che incidono sulle coscienze.

Da tempo l'Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, un'espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così. O meglio, tutto questo insieme di richiami è certamente comprensibile ma non può cancellare il significato profondo e in ultima istanza esplicito di un crocifisso esposto in un ambiente scolastico o nell'aula di un tribunale. Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso ad una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in “quel” simbolo? E' lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un'altra religione sia che abbiano fatto un'opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no.

Già negli anni Novanta nel paese natale di papa Ratzinger la Corte Costituzionale tedesca sancì con parole pregnanti che nessuno può essere costretto a studiare “sotto la croce”, perché la sua esposizione obbligata è lesiva della libertà di coscienza. Persino la cattolicissima Baviera – lo riferì a suo tempo anche l'Avvenire non disdegnando la soluzione – ha affrontato il problema. In quel Land tedesco il crocifisso è di norma esposto nelle aule scolastiche: se però degli studenti obiettano, le autorità scolastiche aprono un confronto che può condurre alla rimozione del simbolo.

Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l'Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un'esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali). Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica. La Corte europea dei diritti dell'uomo afferma invece un principio basilare: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa apertura e neutralità, rifiuto del monopolio. Ci voleva la tenacia di una madre finlandese trasferita in Italia, Soile Lautsi, per intraprendere insieme al marito Massimo Albertini la lunga marcia dal consiglio di classe di una scuola di Abano al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale, alla Corte di Strasburgo perché l'Italia fosse ammonita a rispettare questo elementare principio. Se si chiede alla coppia cosa le ha dato la tenacia di non arrendersi al conformismo delle autorità, la riposta è sobria: “L'amore per i figli, il desiderio di proteggerli. E loro, cresciuti nel frattempo, ci hanno detto di andare avanti”.

Sostiene la conferenza episcopale italiana che la sentenza di Strasburgo suscita “amarezza e perplessità”, perché risulterebbe ignorato il valore culturale del simbolo religioso e il fatto che il Concordato riformato del 1984 riconosce i principi del cattolicesimo come “parte del patrimonio storico del popolo italiano”. È questa parola “parte” che i vescovi dovrebbero non dimenticare. Il cattolicesimo non è più religione di Stato né esiste nella Costituzione repubblicana un attestato di religione speciale, rispetto alla quale altre fedi o orientamenti filosofici sono di seconda categoria.

Darsch
_ chiavi di lettura:società, religione, educazione, laicità

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_ Commento di Zandalus _ profilo
_ scritto il 09.11.2009 alle ore 18:52
Ne ha parlato pure Ranium qua:
http://madshards.blogspot.com/2009/11/via-il-crocifisso-dalle-scuole.html
_ Commento di jasmines _ profilo
_ scritto il 12.11.2009 alle ore 17:44
Per me queste battaglie ideologiche fanno sempre e solo l'effetto di pubblicizzare tropppo quello che neanche avrebbe bisogno di essere pubblicizzato.
Piuttosto, insegnamo ai nostri figli a scegliere, e nel caso non gli interessasse la religione, a non sentirsi ghettizzati dalla società, a non sentirsi disadattati come è capitato (forse) ai loro genitori, a rispettare chiunque non si permetta di fare propaganda delle sue idee, e infine a ignorare sia il crocefisso sia altri simboli che, da soli, davvero non fanno male a nessuno...

A meno che non te li tirano... ;)
_ Commento di Darsch _ profilo
_ scritto il 12.11.2009 alle ore 19:37

insegnamo ai nostri figli a scegliere, e nel caso non gli interessasse la religione, a non sentirsi ghettizzati dalla società, a non sentirsi disadattati come è capitato (forse) ai loro genitori, a rispettare chiunque non si permetta di fare propaganda delle sue idee



Perfettamente d'accordo. Infatti i miei figli non ho intenzione di battezzarli, ma voglio aspettare che possano deciderlo per conto loro. Mi toccherà litigare con qualche parente per questo, ma sono piuttosto convinto.


ignorare sia il crocefisso sia altri simboli che, da soli, davvero non fanno male a nessuno...



La loro presenza imposta in luoghi come le scuole o i tribunali di uno stato che si dichiara costituzionalmente laico per me è sbagliata, e le argomentazioni sono largamente illustrate dall'articolo che ho citato. Secondo me è molto più che una semplice "questione di principio fine a se stessa" come molti sembrano averla interpretata.
_ Commento di jasmines _ profilo
_ scritto il 13.11.2009 alle ore 06:54
Il fatto è che di battaglie, "vere", ce ne sono molte da fare, ed è un peccato, anche se è perfettamente legittimo, che si perda tempo per queste. Insomma, senza crocefisso nelle scuole o nelle aule di tribunale io vivrei esattamente alla stessa maniera. Magari senza qualche altra cosa no:)
_ Commento di LuPoN _ profilo homepage
_ scritto il 13.11.2009 alle ore 11:04
Per quanto mi riguarda, si al crocifisso, no al "catechismo" nelle scuole..
Si perchè è una parte essenziale delle nostre radici, della nostra cultura, simboleggia la chiesa che è parte dell'Italia da 2000 anni, nostra cultura, nostra tradizione, e non la vedo come un'imposizione.
La cosa che secondo me è importante è una VERA rivalutazione dell'ora di Religione, che oggi è vista solamente come un'ora di buco o ora da saltare per entrare dopo/uscire prima da scuola, mentre dovrebbe essere quell'ora di istruzione per "aprire gli occhi", culturalmente parlando, degli alunni sulle varie religioni del mondo, un'istruzione da affiancare alla ricerca personale di qualcosa in ambito religioso o comunque un'arricchimento culturale personale, ciò che potrebbe aiutare la persona, l'individuo, a fare la propria scelta tra una o l'altra religione o nessuna attraverso la conoscienza.
_ Commento di Darsch _ profilo
_ scritto il 13.11.2009 alle ore 19:17

Piergiorgio Odifreddi sul Fatto Quotidiano dell'11 novembre 2009, pag. 18

[...] Invece la sua presenza (del crocifisso, NdDarsch) nei luoghi pubblici, dalle aule ai tribunali, si configura come una subdola pubblicità occulta, che ha il compito di assuefare silenziosamente la mente dei cittadini di qualunque età all'idea che il cristianesimo faccia parte del nostro tessuto sociale. E lo stesso scopo hanno le trasmissioni televisive, di intrattenimento o (dis)informazione, che bombardano il telespettatore con sceneggiati, servizi, dibattiti e notizie ad argomento religioso, soprattutto su Raiuno: su quella stessa rete, cioè, che dedica sistematicamente più spazio nei suoi telegiornali al Papa che al presidente della Repubblica, e ogni domenica trasmette persino la messa [...].
[...] solo un terzo degli italiani partecipa infatti regolarmente alle funzioni religiose, e assegna l'otto per mille alla Chiesa. Gli altri non potete annetterveli a piacere (qui risponde a questa frase di La Russa: "l'Italia è un paese dove tutti non possiamo non dirci cristiani", NdDarsch), benché cerchiate di farlo battezzandoli da bambini prima che siano in grado di intendere e volere, indottrinandoli con l'ora di religione quando ancora si stanno formando, e derubandoli dell'otto per mille da adulti quando non lo assegnano (dirottandolo poi quasi completamente ai preti). Questa connivenza tra Stato e Chiesa è contraria alla sentenza della Corte Costituzionale del 20 novembre 2000, secondo la quale “l'atteggiamento dello Stato dev'essere segnato da equidistanza e imparzialità, indipendentemente dal numero di membri di una religione o di un'altra”. E' esattamente ciò che ci richiama a fare la Corte europea, ricordando che “una tale posizione di equidistanza e di imparzialità è il riflesso del principio di laicità, che per la Corte Costituzionale ha natura di principio supremo”.
[...]



Non c'entrano radici, cultura o "tradizione"... il crocifisso (e tutto quello che rappresenta) è sempre stato imposto quando non dovrebbe esserlo. E' questo che non mi sta bene. E' vero che ci sono cose più importanti, ci mancherebbe, ma che vuol dire? Lasciamo correre perché "tanto c'è ben altro a cui pensare"? Non credo proprio.
_ Commento di jasmines _ profilo
_ scritto il 15.11.2009 alle ore 09:24
Già, perché secondo me c'è una vera e propria campagna politica (e quindi mediatica) "pro" idealismo, che è tanto bello quanto inutile.
Per farci sentire parte della società ci lasciano disquisire e addirtittura combattere sui più svariati temi etici, ma solo perché lo prevede il complotto: temi che non risolveranno mai nulla nel nostro piccolo quotidiano, e forse neanche nel grande. Illudendoci di poter cambiare il mondo (fanno leva sul bisogno di credere in qualcosa, sia da una parte, sia dall'altra) ci distolgono dalle nostre vere esigenze.
Io temo che non saremmo mai in grado di lottare veramente per un pezzo di pane, se ne avessimo bisogno...

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