doc Sopravvivere al futuro
_ scritto il 28.04.2011 alle ore 10:50 _ 3175 letture
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E' con grande piacere che mi pregio di ospitare un interessantissimo articolo scritto da Il Gobb e pubblicato, in italiano e in inglese, anche sul suo blog, diviso in 6 parti.
Ritagliatevi un'oretta e leggetelo, perché ne vale davvero la pena.
Acuto, profondo e dannatamente stimolante.

Quel che voglio dire richiede accuratezza perché sia pienamente compreso. Estrema attenzione.
È particolarmente complicato. Mi ci è voluto un po' per capirlo.
Questa è una delle ragioni per cui non ho scritto l'originale di questo articolo in italiano, la mia madrelingua, e mi scuso per ogni errore che possa aver fatto nella versione inglese (e in questa, ovviamente... purtroppo anche Il Gobb è fallibile :D). Scrivere in un linguaggio per me non "naturale", appreso praticamente da adulto, impone alcuni limiti inevitabili al modo in cui esprimo i miei pensieri. Mi costringe a scegliere accuratamente ogni parola per essere certo di stare comunicando l'esatto significato che intendo, prestare un'attenzione scrupolosa alla relazione fra ciò che ho in mente e la manifestazione fisica, trasmissibile di quel contenuto. Un'altra ragione è una caratteristica peculiare dell'inglese: la sua concisione. Si tratta di una lingua pulita, efficiente, piuttosto semplice da usare ma profonda abbastanza da essere efficace nell'ambito di spiegazioni complesse, uno strumento che permette di articolare concetti ampi con poche, semplici parole. Funziona particolarmente bene, penso, quando si parla di scienza, quindi è perfetta per il mio scopo.

Ok, posso immaginare la vostra perplessità… "Beh, e allora? Perché blateri di linguaggio? Qual è il punto?"
Avete ragione, ma scusatemi per un momento ancora, poi verrò al sodo.
Raccontare correttamente ciò che vorrei richiederebbe grafici, tabelle, diagrammi e foto, perché quel che sto per dire è possibile, vero, ma richiede prove per essere creduto. Ce ne sono moltissime, ma non qui. Ho pensato all'argomento per anni e questa è solo la parte finale di un processo di ragionamento il più possibile informato, prolungato e di intensità stabile nel tempo: ci vorrebbe un saggio che non ho le capacità e le conoscenze di scrivere ma, oh, quanto vorrei scriverlo. Non posso aspettare oltre. Voglio parlarne a qualcuno perché penso di aver realizzato a un livello di dettaglio soddisfacente qualcosa di incredibilmente importante, almeno per me.

Voglio parlare del futuro. Voglio parlare di quello che vedo quando chiudo gli occhi e penso al potenziale della nostra mente. Penso a un tempo che non vedrò, perché per allora sarò morto come un sasso, ma non importa. Penso a noi gente, tutti noi. L'intera razza umana.
Si tratta di un "noi" particolarmente inclusivo. Solo poche persone comprendono chiaramente che siamo tutti una sola, medesima cosa. Siamo le uniche menti autocoscienti di cui siamo consapevoli su questo o altri pianeti. Siamo l'unica specie del genere Homo degli Hominidae, la grande famiglia delle scimmie antropomorfe. Abbiamo vinto la competizione evolutiva con ogni altra specie di Homo, o le abbiamo semplicemente sterminate tramite puro e semplice genocidio, finché non siamo rimasti soli. Siamo molto giovani, specialmente se confrontiamo la nostra età con quella della Terra, che ha 4,5 miliardi di anni. I primi esseri umani anatomicamente moderni sono comparsi in Africa solo 200.000 anni fa. Abbiamo cominciato a lasciare segni di cultura solo 50.000 anni fa circa. La storia in quanto tale è cominciata solo 7.000 anni fa.
Siamo ritardatari. Marmocchi, e anche viziati se è per questo. Siamo separati in gruppi e nazioni, spesso in guerra gli uni con gli altri, e raschiamo freneticamente via dalla superficie del mondo quel che ci occorre per essere certi di essere ancora vivi (o ricchi) domani mattina.
Non siamo in grado di vedere che le nostre divisioni sono causate principalmente dalla scarsa, insignificante durata delle nostre vite. Questa mi sembra una delle cause principali alla base di tutti gli altri problemi che ci troviamo davanti quando affrontiamo le sfide di tutti i giorni. Non lotteremmo ciecamente per ottenere vantaggi personali a dispetto delle conseguenze che ciò comporta per l'intera specie, o anche solo per i nostri vicini più prossimi, se sapessimo che saremmo lì a pagarle trecento (o più) anni dopo. Specialmente nelle ultime decadi è diventato sempre più semplice vederci come una comunità globale, comprendere che il mondo continuerà dopo la nostra morte individuale, ma siamo ancora lontani da una profonda consapevolezza di questo concetto. Grazie alle nuove tecnologie di comunicazione abbiamo sviluppato gli utensili intellettuali necessari per cooperare come un insieme unito. Ma non li usiamo. Di solito, invece, scegliamo di combatterci l'un l'altro.
Intere nazioni, compattate da una propaganda studiata per ottenere un responso viscerale, provano ad assicurarsi maggiori profitti tramite il conflitto, usando la credulità degli individui e portandoli sul facile sentiero dell'eterodirezione, sfruttando la fede con la sua cieca predisposizione a credere nelle menzogne, evitando con ogni mezzo possibile lo sviluppo dell'indagine razionale della realtà. Ameno che essa non sia soggetta alle bizze del potere costituito – nel qual caso smette del tutto di essere razionale, o indagine.
I nostri obiettivi, sia come individui che come società, sono limitati dalla nostra miopia.

La nostra capacità di prevedere quali saranno i risultati delle nostre azioni – per poter quindi comportarci in modo sensato – sono offuscate da una bugia infantile che raccontiamo a noi stessi: non importa, tanto noi non saremo lì di persona. Il picco petrolifero, I cambiamenti climatici... è come se tutti credessimo nella favoletta rassicurante che i nostri discendenti se ne occuperanno al posto nostro, o se non loro qualcun altro, qualcuno responsabile, qualcuno che non siamo noi.

Beh, se non capiamo che siamo noi quel qualcuno responsabile di certo i nostri discendenti non ci potranno rimproverare della nostra stupidità. Non saranno lì a farlo. Ci saremo estinti prima.
Noi vivi siamo, in senso del tutto letterale, custodi e sovrintendenti della terra. Questo è un fatto, non una fumosa supposizione spirituale new age. Purtroppo siamo sovrintendenti terribili.
Dovremmo fare piani, veri piani, e invece no. Manco da lontano. Come galline in un pollaio che si restringe, bisticciamo per decidere chi ha diritto a più aria invece di pensare al modo di uscire. Sembriamo molto, molto stupidi.
La cosa mi preoccupa.
Non riesco a capire perché non dovremmo pianificare il nostro futuro per un periodo di almeno alcuni secoli, meglio millenni. Cinque o seicento anni potrebbero essere il minimo indispensabile per programmare azioni di breve e medio termine che ci permettano di costruire un nuovo edificio politico e sociale, di dare vita per prova ed errore a una "permacultura" affidabile (il termine appare nella serie di romanzi cosiddetta "Manifold" di Stephen Baxter ed è un neologismo di cui sentivo il bisogno). Tale entità è una cultura in grado di rimanere stabile per un periodo di tempo indefinito. Ciò non vorrebbe dire stagnazione, perché una cultura del genere deve necessariamente accettare la diversità e la possibilità di cambiamento anche soltanto per essere certa di non collassare su se stessa al mutare delle condizioni contigenti, ma anche per garantire innovazione, creazione e lo sviluppo di nuove idee, nuove branche della scienza. Sono possibili innumerevoli modelli di organizzazione sociale con queste caratteristiche, non importa quale si adotti: l'importante è che nessuno di essi dovrebbe portare alla distruzione della civiltà che lo adotta. Abbiamo bisogno di imparare l'autentica reciprocità per raggiungere la pace e la stabilità, perché il vecchio detto "non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te" è un modo ottimo e razionale di preservare sia l'intera specie che I singoli individui. Questo tipo di cultura è il punto di partenza necessario per stabilire uno stato di cooperazione permanente. Costruirla sarà il nostro test di sanità mentale. Se siamo in grado di fare questo tramite procedure di consenso, senza la necessità e il fardello dell'autoritarismo, allora abbiamo quel che serve per continuare a mantenerlo. Dovremmo essere particolarmente attenti a non imporci a chi non vuole un arrangiamento simile e, allo stesso tempo, essere certi che tutti comprendano cosa stiamo facendo e non tenti di fermarci, indipendentemente dai loro sentimenti a riguardo. Devono vedere la realtà che hanno davanti. Dobbiamo lavorare per permettere che un nuovo modo di pensare, sentire e organizzarci, emerga dalla comune consapevolezza che è necessario studiarlo e adottarlo. Forse per la prima volta nella storia dell'umanità abbiamo I mezzi per creare in maniera deliberata un modo di vivere egualitario, se non giusto, un modo di vivere che può essere conseguito solo se realizziamo, oltre ogni ragionevole dubbio, che dobbiamo farlo se vogliamo sopravvivere. Un'intera specie coinvolta in un progetto di ingegneria sociale su se stessa, consapevolmente: non più una minoranza su una maggioranza, non più un'imposizione ma un'impresa intellettuale. Come quella della scienza in quanto tale, ma con oggetto e scopi molto differenti. Questo è il modo, per come la vedo io, di diventare finalmente responsabili di noi stessi, delle nostre azioni, della nostra ininterrotta esistenza futura. Alcune cose sono fin troppo fondamentali per lasciarle alla nostra irrazionalità, alla fede, alle scelte demenziali operate da individui incapaci di comprendere il danno che infliggono a loro stessi. Potrebbe trattarsi del primo passo collettivo verso una consapevolezza di noi stessi che finora solo pochissimi hanno sperimentato.
Con uno strumento simile potremo avere un'onesta possibilità di competere nella lotta per la sopravvivenza e anche, perché no, prosperare fra le stelle.

Possiamo arrivarci anche prima di elaborare una permacultura. Ho detto che dovremmo pianificare nel lungo termine. Ma quanto lungo? 500 anni è solo l'inizio, è il minimo. Dobbiamo pianificare guardando avanti, centinaia di migliaia di anni avanti, soprattutto per quel che riguarda I fattori economici come le risorse. Il che fornirà le basi per un altro round di pianificazione ancora più profonda ed estensiva.
Potremmo, e io penso che dovremmo, essere su Marte già ora, o avere una base permanente sulla Luna.
Dovremmo sul serio, perché restando su questo pianeta siamo nella stessa situazione dell'equipaggio di una nave interstellare generazionale... cioè un'astronave più lenta della luce, in viaggio verso stelle vicine, i cui occupanti invecchiano e muoiono a bordo, lasciando i loro discendenti a proseguire la traversata.
Pensateci.
Trascorriamo la nostra esistenza in un ambiente chiuso che si autosostiene, ma che dobbiamo mantenere efficiente se vogliamo rimanere vivi. Abbiamo carburante limitato, risorse limitate e spazio limitato. Trasmettiamo la nostra cultura a ogni successiva generazione per fare sì che la società continui a funzionare, che l'equipaggio resti in salute... con il dettaglio che, di fatto, non stiamo facendo manutenzione all'astronave. Anzi, la riempiamo di scorie inutili come una pattumiera, lasciamo che si deteriori senza nemmeno un pensiero. Non abbiamo ancora realizzato appieno che siamo rinchiusi qui. Non possiamo vedere lo scafo, o il soffitto, solo perché non sono fatti di metallo. La nostra atmosfera è al contempo la nostra gabbia e il nostro scudo, uno scudo peraltro tragicamente sottile: solo 10 km circa di spessore. La frase "l'unico limite è il cielo" è decisamente claustrofobica, se ci pensate bene.
Beh, possiamo fare brevi passeggiate fuori dalla nostra nave spaziale a forma di pianeta grazie agli Shuttle, ma siamo intrappolati in un pozzo gravitazionale che ci costringe a usare rozze e dispendiose esplosioni controllate per sollevare masse insignificanti dal suolo e, con fatica, scagliarle nello spazio. Non è facile e non è economico.
Trovare un modo di lanciare in orbita masse rilevanti a una frazione dei costi attuali è il punto di partenza per l'espansione umana nel sistema solare. E ci serve, questa espansione, perché siamo innumerevoli. Finché non controlleremo il nostro ritmo di crescita fino ad avere una popolazione stabile saremo condannati a cercare nuove terre da colonizzare. La cosa è possibile e penso sia anche fattibile: rappresenta una soluzione, per quanto temporanea, finché non impareremo a controllare le nascite per via sociale.


Una delle migliori scommesse sul sistema che ci porterà nello spazio a buon mercato riguarda il cosiddetto ascensore spaziale, ma ci sono molte proposte di progetto: skyhooks ("ganci dal cielo"), cavi spaziali, anelli di lancio, fontane (che sono, credo, particolarmente promettenti se unite a fonti efficienti di energia rinnovabile, perché possiamo realizzarle con la tecnologia disponibile ora) e anche anelli orbitali.
Per alcuni di essi non abbiamo ancora scoperto le tecniche e i materiali adatti, ma per altri mancano solo impegno politico e finanziario.
Perché non cominciamo a pensare seriamente a queste tecnologie?
Perché non siamo interessati alle enormi possibilità, in grado di cambiare la vita a tutta la popolazione del pianeta, che risiedono appena al di là del sottile strato di gas sopra le nostre teste?
Il potenziale economico del pianeta è e sarà immenso fintanto che le sue risorse non si esauriranno del tutto, e potrebbe essere messo al lavoro verso un obiettivo invece di venire sprecato in guerre locali per gli spiccioli che beneficiano solo una frazione insignificante della popolazione. C'è del profitto da fare nello spazio, un sacco di profitto.
Questa è una delle cose che mi stupisce: il capitalismo è sempre all'inseguimento del profitto, giusto? È quel che fa. È quel che è. Quindi come mai non ha ancora riposto alla sfida? La resistenza politica ad un progetto di tali, immense proporzioni, senza alcun visibile e immediato ritorno economico, è forte, ma non penso sia questo il problema. La politica non ha mai fermato un uomo d'affari in corsa verso il denaro: torcere dietro la schiena, con crudeltà, il braccio del governo è l'allenamento mattutino per ogni seria multinazionale.
Forse ancora non capiscono cosa c'è la fuori.

Prendete la Luna, ad esempio.
Ci siamo già stati. È facile da raggiungere, richiede solo tre giorni di viaggio. Ha un'area corrispondente a un quarto di tutte le terre emerse terrestri, un po' più piccola del continente asiatico. Il che vuol dire un sacco di spazio per costruire colonie, laboratori, centri di ricerca, fabbriche, persino fattorie a tenuta stagna.
Potremmo anche vivere di quel che offre il nostro satellite, se diventassimo abbastanza bravi in ingegneria. Ma anche senza questo, con il supporto della Terra, potremmo trasformare la Luna in un secondo mondo da abitare. Presenta una quantità di vantaggi. La sua massa ridotta significa un pozzo gravitazionale meno profondo, che ci permetterebbe di lanciare da lì navi spaziali verso il sistema solare esterno con risparmi notevoli. Ci sarebbe utile per produrre materiali impossibili da creare sulla Terra. La Luna non è un mondo ricco: senza attività tettonica è difficile trovare depositi di minerali, ma lassù si reperiscono idrogeno, ammoniaca, metano, mercurio, sodio, argento e persino acqua, se solo saremo in grado di scovare un modo economicamente vantaggioso di estrarli.

Marte è un candidato migliore. Più massivo, più lontano, ma incommensurabilmente più prezioso per i coloni. Dovremmo pensare a modi di terraformarlo, renderlo adatto alla vita umana. Sono stati concepiti molti metodi per raggiungere questo obiettivo. Potremmo aggiungere acqua all'atmosfera e cambiarne il contenuto (o modificare l'inclinazione e la velocità di rotazione del pianeta, se volessimo) facendo schiantare corpi asteroidali e cometari sulla superficie. Potremmo seminare il terreno marziano con licheni e piante geneticamente ingegnerizzati per aiutare l'aumento dell'ossigeno, potremmo indurre un effetto serra per aumentare la temperatura. Siamo riusciti a fare quest'ultima cosa sul nostro pianeta in soli 100 anni e senza rendercene nemmeno conto: perché non su Marte e intenzionalmente?

Titano, inoltre, è un caso a sé: un trampolino di lancio.
Si tratta di una delle lune di Saturno, l'unica del sistema solare ad avere un'atmosfera degna di questo nome. È un posto straordinario. Grande all'incirca come Mercurio, ha un'atmosfera composta per la gran parte di azoto, metano e vari idrocarburi, ossidi del carbonio e altro. Piove metano, emesso da vulcani "freddi" che eruttano anche una lava composta da ghiaccio d'acqua e ammoniaca (questo e altri indizi ci dicono che il mantello di Titano è probabilmente composto da acqua liquida e ghiaccio cristallizzato). La luce del sole trasforma il metano in toline di vario tipo – un misto di idrocarburi e altri polimeri, molecole organiche – che piovono nei laghi e fiumi di etano e metano che si trovano sulla superficie. C'è anche tanto azoto, e chiunque abbia un giardino sa a cosa serve quello.
Titano è una enorme fabbrica di composti organici.
Con quel che si trova sulla superficie, con le tecnologie già disponibili, possiamo sintetizzare del cibo. Fertilizzanti. Carburante. Senza contare l'elio-3 che potremmo estrarre da Saturno.
Non sarà un bellissimo posto per farci casa, ma potremmo usare le risorse di Titano per terraformare altri mondi.

Una volta trovati o creati altri luoghi in cui vivere, una volta che un blocco significativo della popolazione della Terra si sarà trasferito lassù (o quando gli umani extraterrestri cominceranno ad avere figli, due, tre generazioni di figli), le nostre uova non saranno più tutte in un solo paniere. Potremo tirare un profondo sospiro di sollievo.
L'umanità sarà finalmente, almeno in parte, al sicuro da incidenti.
La cosa meravigliosa è che questa non è la nostra sola possibilità di riuscirci.
Abbiamo una varietà di scelte, di passi intermedi da intraprendere.


Ma perché limitarci ai pianeti?
Ci sono posti migliori lì fuori se si è in cerca di materie prime. Non molti sanno che siamo letteralmente circondati da montagne volanti di metalli grezzi, pronti per essere estratti: una cintura asteroidale, fatta di sassi di tutti i tipi e di tutte le taglie, in grande concentrazione, fluttua appena al di là dell'orbita di Marte. Certo, raggiungere uno di quegli asteroidi e trainarlo in orbita terrestre per smantellarlo costerebbe un gran bel pacco di soldi. E allora? L'enorme massa di un accuratamente selezionato grosso sasso è composta in prevalenza da cobalto, platino, manganese, molibdeno, osmio, palladio, renio, rodio, carbonio, ferro, nickel, silicati di vario tipo e perfino ghiaccio d'acqua. Un sacco di chiara, fresca, purissima acqua, rimasta in orbita fin dalla formazione del sistema solare e pronta per dissetare il nostro mondo. Tutti questi elementi sono essenziali per il progresso economico e tecnologico come lo conosciamo, e uno solo di questi asteroidi – uno! - può cambiare radicalmente e per sempre il volto dell'economia globale. Un asteroide metallico relativamente piccolo, con un diametro maggiore di 1 km, può contenere più di due miliardi di tonnellate di ferro-nickel, cioè da due a tre volte la produzione annuale della Terra. Quelli più grandi possono fornirne un ammontare pari alla totalità della produzione terrestre per diversi milioni di anni. Quei bastardi sono grassi e possono aiutarci a uscire dalla nostra culla.

Per quanto possa sembrare meraviglioso, estrarre materie prime dal cielo è solo l'inizio.
Potremmo svuotare uno o più di quei grossi sassi e farne habitat spaziali. Scolpire in questo modo un asteroide creerebbe al suo interno un sacco di spazio e, come surplus, una riserva di idrogeno, perossido di idrogeno e protossido di azoto... cioè carburante per razzi, che potremmo usare per alimentare la nostra espansione verso il sistema esterno. Immaginate di poter viaggiare in modo economico da pianeta a pianeta senza nemmeno abbandonare l'attuale tecnologia spaziale: quando non sei tirato a terra da un forte campo gravitazionale far volare i razzi diventa molto più facile. Potremmo continuare a usare navi a propellente chimico per percorsi di breve e medio raggio perché le risorse non saranno più un problema.

Con queste tecnologie relativamente semplici, "povere", potremo colonizzare le lune di Giove, Saturno, Urano e Nettuno, per estrarne gli isotopi più preziosi. Lo stesso potremmo fare con i giganti gassosi. Potremo usare quelle risorse, come ho già detto in riferimento a Titano, per terraformare Venere e Marte, se non lo staremo già facendo. La nostra creatività e la nostra immaginazione ci forniranno nuovi modi di affrontare le sfide ingegneristiche che ci aspettano. Diamine, possiamo concepire già adesso gran parte di quelle tecnologie, dobbiamo solo trovare il modo di realizzarle nel dettaglio. La nostra mente sarà, com'è anche ora ed è sempre stata, la nostra risorsa più preziosa., la chiave per dischiudere il futuro dell'umanità. Ecco perché brucio di rabbia quando penso al nostro approccio alla scienza e all'educazione... e al ruolo che la fede gioca in rapporto ad esse.
A questo proposito, la nostra espansione porterà grandi vantaggi nella nostra vita dal punto di vista sociale.
Personalmente spero che ci lasceremo alle spalle dio il più presto possibile ma, ad ogni modo, una volta che avremo iniziato a viaggiare verso le stelle conflitto e dissenso non avranno più alcuna importanza. Se un gruppo di persone non sarà felice di come andranno le cose potranno semplicemente andarsene e cercare una nuova casa nello spazio: c'è un sacco di posto là fuori. Sperimenteremo ogni forma concepibile di governo. Saremo liberi come nessun essere umano lo è mai stato.

Molti sostengono che non dovremmo espanderci sugli altri pianeti del sistema.
Dicono che ne abbiamo già distrutto uno.
Di solito la mia risposta è: "Ok, e quindi?"
Provate a pensare per una attimo alla scala delle cose di cui sto parlando. La Terra è un pianeta di taglia rispettabile, il più grande mondo roccioso del nostro sistema solare. A noi, che camminiamo sulla sua superficie, sembra infinito, ma non lo è. Non è nemmeno così grande, se paragonato ad altri pianeti come i giganti gassosi. Giove ha una superficie 121 volte quella della Terra e una massa 318 volte quella terrestre. Ma questo è niente: in confronto al Sole, Giove è un minuscolo sbuffo di gas. Il Sole concentra il 99,8% della massa totale del sistema solare. La quantità di materia nelle nostre vicinanze, al di fuori del Sole, è insignificante. Vuol dire qualcosa per noi solo perché ne siamo una minuscola frazione a cui capita di essere senziente. Siamo meno che polvere e viviamo su un granello.
Ma il Sole è solo una delle stelle nella nostra galassia, nemmeno una particolarmente importante o impressionante. Si trova a 26.000 anni luce dal nucleo galattico, in una regione periferica di un braccio minore della spirale, quello chiamato "di Orione". La galassia stessa ha un diametro di 100.000 anni luce e contiene da 200 a 400 miliardi di stelle, con un immenso buco nero proprio al centro della giostra.
Molte delle stelle hanno pianeti propri, di ogni tipo e taglia, di cui un buon numero è simile alla Terra.
Quindi perché mai non dovremmo esportare la nostra civiltà nell'immediato circondario? È improbabile che finiamo per "rovinarlo" e, anche se questo fosse destinato ad accadere, non importerà affatto su scala galattica. Non importerà e basta, perché quando questo sistema solare avrà esaurito le sue risorse lo abbandoneremo, andremo altrove. Per fare meglio. Abbiamo bisogno di guadagnare tempo per sviluppare nuove strategie comportamentali, nuove tecnologie, per gestire il nostro insensato tasso di crescita della popolazione, per imparare nuovi modi di prenderci cura dell'ambiente planetario ed extraplanetario. L'unico modo di riuscirci è cominciare a colonizzare il nostro piccolo appezzamento di terreno. Per prova ed errore. Nel lungo termine dovremo imparare, o morire. Data la posta in gioco perché aver paura di tentare? Possiamo fare, al peggio, danni molto limitati nei paraggi prima di estinguerci. Quindi... provare dobbiamo, secondo me.

C'è anche un'altra ragione per cui non importa se distruggeremo o meno il nostro sistema solare: sarà completamente disintegrato comunque, quindi qualsiasi danno faremo nel corso del nostro processo di espansione sarà cancellato dall'universo nel lungo periodo. Considerare questo fatto e sostenere che dobbiamo pensare adesso alle strategie necessarie per affrontarlo può suonare bizzarro ma, ancora, è solo una questione di affrontare la realtà e pianificare a lungo termine. Una questione di prospettiva. Noi siamo piccoli, la nostra specie no: ci trascende, andrà avanti senza di noi. Che c'è di sbagliato nel prendere le necessarie precauzioni per prevenire un disastro che sicuramente, non probabilmente, colpirà in futuro i nostri discendenti? A questo riguardo penso che la nostra scarsa capacità di tenere a lungo l'attenzione su qualcosa sia un problema critico, che dovremmo affrontare con tutte le nostre forze e tanto prima, tanto meglio. Le nostre vite sono corte e, essendo sempre stati incapaci di controllare efficacemente la nostra popolazione, spesso brutali e miserabili. Solo una piccola percentuale di individui nell'intera storia dell'umanità è stata in grado di dedicarsi a qualcosa di più intellettualmente stimolante della mera sopravvivenza. Il numero di queste persone non è mai stato così alto, ma questo avviene perché siamo 7 miliardi. La percentuale è ancora bassa, solo una piccola frazione dei viventi. Abbiamo bisogno di prolungare considerevolmente la vita di tutti, fermando nel contempo la crescita della popolazione, se vogliamo avere una possibilità di garantire la sopravvivenza della specie e dell'intelligenza di cui siamo portatori.
Perché?
Perché il Sole sta morendo, come ogni altra stella. Sta accadendo in questo esatto momento. Dato un lasso di tempo sufficiente ogni singola, furiosa fornace atomica nella galassia diventerà un denso, deprimente agglomerato di materia largo pochi chilometri o un buco nero, a seconda della sua massa, e sarà infine distrutto e ingoiato dal vortice mostruoso al centro della Via Lattea. È un processo impercettibile, ma sappiamo per certo che fra 5 miliardi di anni circa il Sole cambierà radicalmente: l'idrogeno che alimenta il suo processo di fusione sarà stato quasi tutto convertito in elio. L'energia generata dalla fusione, che spinge in fuori la superficie incandescente, calerà abbastanza da soccombere alla fortissima attrazione gravitazionale esercitata dalla massa del Sole.
Il nucleo della nostra stella si restringerà rapidamente. La contrazione concentrerà l'elio, generando frizione e calore, finché la reazione nucleare si accenderà nuovamente per la mera pressione. L'elio comincerà a trasformarsi in carbonio e il Sole diventerà una gigante rossa con un'esplosione espansiva. Ingoierà Mercurio e Venere, vaporizzandoli. Forse la Terra non sarà completamente distrutta, ma i suoi oceani evaporeranno e la sua atmosfera sarà soffiata via dall'intenso calore. Se non andiamo via da qui quella sarà non solo la fine dell'umanità, ma anche di tutta la vita sulla Terra e della possibilità di portarla altrove. Sappiamo che accadrà. Perché non stiamo studiando un modo di fuggire?

E dove andremo da lì?
Ci sono, ancora una volta, molte scelte.
La stella più vicina al Sole è Proxima Centauri. È una nana rossa a circa 4,2 anni luce da qui, nella costellazione del Centauro. Fa parte di un sistema con due altre stelle molto più massicce: Alpha Centauri A e B. Si girano intorno a vicenda in una complicata giga tridimensionale. Ancora non sappiamo per certo se ci siano dei pianeti che orbitano questo movimentato sistema triplo, ma senz'altro dovremmo dare un'occhiata da vicino. Altre destinazioni possibili per viaggi interstellari sono, in ordine crescente di distanza dal Sole, la Stella di Barnard, Sirio, Epsilon Eridani, Tau Ceti e Gliese 581. Quest'ultima è particolarmente promettente perché ha dei pianeti nella cosiddetta "zona abitabile", alla giusta distanza dalla stella per ricevere all'incirca la stessa quantità di energia che la Terra riceve dal Sole. Potrebbe quasi certamente esserci dell'acqua liquida, laggiù.
Il problema è che anche il più breve di questi viaggi richiederebbe 4,2 anni alla velocità della luce (da ora in poi mi riferirò ad essa usando "c"), che raggiunge quasi i 300.000 km al secondo nel vuoto. Per darvi un'idea delle distanze di cui sto parlando, la sonda senza equipaggio Voyager 1 – lanciata il 5 settembre 1977 – è a circa 17 miliardi di chilometri dal Sole, il che significa... solo 0,002 anni luce. Non molto lontana, eh? Beh, è l'oggetto costruito dall'uomo più distante da casa nostra che esista nell'universo (ed è ancora funzionante!). Fra i 4 e i 6 anni da adesso Voyager 1 attraverserà i confini dell'eliosfera, la bolla composta da atomi ionizzati emessi dal Sole che avvolge il sistema. Una volta superata l'eliosfera Voyager si avventurerà nel cosiddetto mezzo interstellare, cioè i gas e le polveri che riempiono lo spazio fra le stelle, diventando così la prima astronave interstellare dell'umanità. Arriverà nei pressi della prima stella sul suo cammino (mancandola "solo" di 1,6 anni luce) fra 38.000 anni.
Senz'altro vi sarete resi conto che le sfida ingegneristica è sbalorditiva. Semplicemente non siamo in grado di immaginare un modo plausibile di rendere fattibili viaggi del genere. Esistono, in teoria, dei modi per aggirare il problema, alcuni di essi spesso rappresentati nei romanzi di fantascienza come i ponti di Einstein-Rosen (detti "wormholes") e la propulsione Alcubierre (che potrebbe essere più plausibile dei precedenti e potrebbe raggiungere velocità molto maggiori di c), ma costruire un'astronave in grado di raggiungere e mantenere una tale velocità supera le nostre capacità attuali.
Per fortuna, però, ci basta anche solo una frazione di quella spaventosa andatura, se ci facciamo furbi e pianifichiamo il nostro viaggio nel modo giusto. Usando solo tecnologia già disponibile, un'astronave equipaggiata con propulsione nucleare a impulso può raggiungere una velocità di crociera dell'8%-10% di c, e si tratta di un sistema che è stato seriamente preso in considerazione in passato (guardate un po' questo documentario o ascoltate George Dyson che ne parla al TED). Lo stesso vale per la propulsione basata su una vela magnetica alimentata da un potente laser stazionato nel nostro sistema nativo: una nave del genere può raggiungere, in potenza, velocità ancora più grandi, perché non avrebbe bisogno di portare con sé la propria massa di reazione. Se diventeremo abbastanza bravi nel costruire sistemi di supporto vitale a ciclo chiuso e troveremo un modo di prolungare le nostre vite e svilupperemo una permacultura, allora saremo in grado di costruire astronavi generazionali con concrete possibilità di successo. Noi, vivi ora, non vedremo mai la nostra nuova casa fra le stelle, ma i nostri discendenti sì. Ancora una volta i problemi sono colossali... ma questa è la ragione stessa per cui dovremmo cominciare a lavorarci adesso.

Esistono altre soluzioni per aggirare i limiti imposti da c.
Per esempio, creare delle macchine di Von Neumann non è al di là delle nostre capacità tecnologiche.
Si tratta di macchine in grado di costruire, in primo luogo, copie di loro stesse, e in secondo luogo altre macchine o strutture, usando i materiali disponibili nell'ambiente circostante. Potremmo lanciare una sonda autoreplicante verso un altro sistema stellare a velocità sub-luminali. Una volta lì, indipendentemente dal tempo impiegato per arrivarci, la sonda comincerà a estrarre materie prime da asteroidi. Lune, giganti gassosi e quant'altro troverà a disposizione, per creare copie di se stessa. Queste copie voleranno via dal sistema dirette verso altre stelle e con la stessa missione dell'originale, mentre la prima sonda rimarrà e comincerà non solo ad analizzare l'atmosfera e il terreno di ogni pianeta nelle vicinanze, ma anche a scegliere il più adatto a noi e costruire una colonia vera e propria completa di fabbriche, impianti di riciclaggio (aria e acqua, se necessario), centrali elettriche (geotermali, solari, nucleari), habitat stagni o meno e così via.
Questa sonda, così come tutte le altre, sarebbe seguita nel giro di alcuni anni da un'astronave con equipaggio umano, i cui occupanti siano indifferentemente svegli o privi di conoscenza. La prima sarebbe un'astronave generazionale del tipo già menzionato, la seconda sarà fattibile se scopriremo un modo di sospendere indefinitamente il nostro metabolismo, ad esempio con la criostasi. Al suo arrivo l'equipaggio dovrà solo sbarcare, controllare che tutto stia funzionando e cominciare a vivere di ciò che offre la nuova sistemazione.
In sostituzione di un'astronave con equipaggio possiamo immaginare qualcosa di più economico, come una nave in cui il sistema di supporto vitale non sia nemmeno necessario. Potremmo costruire uno scafo molto più piccolo e rozzo, pieno di embrioni congelati – di animali ed essere umani. Sono consapevole che è pura speculazione ma, sviluppata la necessaria tecnologia, potrebbero essere le macchine stesse a scongelare gli embrioni ed educare le persone che diventeranno.
Saranno diversi da noi, anche radicalmente. Un altro tipo di esseri umani.
Il cambiamento è un elemento fondamentale della nostra storia, dell'evoluzione e dell'adattamento stessi, e adattarci dobbiamo se vogliamo sopravvivere indefinitamente. Finché non scopriremo come raggiungere e superare c i nostri viaggi nello spazio esterno saranno un processo lento, dolorosamente lento, e questa è un'altra ragione per cui dovremmo pianificare in anticipo.
Dobbiamo accettare che l'espansione nello spazio ci cambierà. Altri valori di gravità, luce solare con uno spettro differente, diversità nella chimica del terreno e dell'aria... tutto questo modificherà i nostri corpi e le nostre menti. I viaggi stessi ci richiederanno di essere aperti agli adeguamenti necessari. I cambiamenti dell'ambiente, che sia preesistente o generato dal nostro lavoro, avranno su di noi effetti evidenti, come d'altronde è già successo. Il significato della parola "umanità" si modificherà per includere qualcosa che oggi non siamo in grado di immaginare. Nuove creature separate da innumerevoli generazioni da noi scimmie evolute nelle savane della Terra, diverse da noi come i primi mammiferi dall'uomo moderno, porteranno avanti la storia della nostra specie. Non saranno umani nel senso che intendiamo attualmente. La nostra definizione di essere umano non sarà più valida, così come è insensato applicare quella che abbiamo ora ai nostri antenati lemuridi. Può essere difficile da accettare, ma è inevitabile se dovremo sopravvivere nell'arco di migliaia di millenni o milioni, miliardi di anni.

Non è nemmeno una novità. Abbiamo già influito sul nostro processo evolutivo. A un certo punto della nostra storia abbiamo sopraffatto l'ambiente naturale adeguandolo alle nostre necessità, invece di continuare ad adattarci a esso come qualsiasi altro animale. Cambiando il nostro contesto di vita abbiamo trasformato, di conseguenza, anche l'effetto che tale contesto ha avuto su di noi. Pensate ai milioni di persone che ogni anno sopravvivono a malattie un tempo mortali e quindi si riproducono, cosa che non sarebbe successa se non avessimo inventato i vaccini.
Abbiamo già preso la nostra evoluzione nelle nostre mani. Propongo di farlo apertamente e consapevolmente. L'ingegneria genetica è un campo promettente che ancora non comprendiamo appieno, ma in esso risiedono grandi possibilità e sarà più che utile: sarà fondamentale per supportare la nostra evoluzione verso forme nuove. Possiamo adattarci per via ingegneristica alla microgravità o lasciare che lo spazio lo faccia per noi nei prossimi milioni di anni. Possiamo adattare i nostri corpi per affrontare ogni tipo di situazione prevedibile, come la colonizzazione di un nuovo pianeta con la sua chimica e il suo biota.
Diventeremo viaggiatori spaziali, abitanti delle stelle.
E allora, solo allora, saremo veramente in grado di fare piani nel lungo periodo.

Non muoiono solo le stelle.
Tutto muore.
Alla fin fine la nostra galassia sarà ingoiata dal buco nero nel suo centro, come molte altre galassie, e anche quello probabilmente sparirà. Recentemente un gruppo di fisici italiani ha dichiarato di aver osservato esattamente questo fenomeno, qualcosa che Stephen Hawking predisse nel 1974: l'evaporazione di un buco nero. Ancora da verificare è l'ipotesi che persino i protoni siano instabili dato un tempo sufficientemente lungo. La materia stessa potrebbe degradare nel nulla dell'entropia. Il nostro universo contiene una quantità grande, certo, ma anche finita, di energia che la vita intelligente può sfruttare.
Se mi avete seguito fino a questo punto sapere già cosa sto per dire: dovremmo pianificare in anticipo. Dovremmo immaginare modi di attingere a quell'energia. Possiamo cominciare in piccolo, come sempre, dal Sole. Ora come ora la sua energia viene quasi completamente sprecata nel vuoto dello spazio. Potremmo quindi costruire una sfera di Dyson (o un Ringworld... questo filmato rende un'idea delle dimensioni rispetto alla Terra) smantellando i pianeti del sistema solare, chiudendo il sole all'interno della sfera per poi farla ruotare su se stessa. In questo modo avremmo a disposizione la totalità dell'irradiazione solare. Potremmo vivere sulla superficie interna della sfera, a vari gradi di attrazione gravitazionale a seconda della distanza dall'equatore. Potremmo anche andare oltre e cominciare, letteralmente, a coltivare la galassia. Se saremo in grado di ottenere il controllo della forza di gravità potremo fare meraviglie. Una volta esaurita una stella potremmo riunire un po' di quelle ancora giovani e sistemarle in schemi e strutture, ognuna con pianeti di nostra scelta nella sua orbita. Potremmo anche dare luogo a processi di formazione stellare modificando la concentrazione del gas interstellare. Potremmo sfruttare l'energia rilasciata dall'evaporazione dei buchi neri imbrigliando le loro emissioni di raggi X.
Potremmo abbandonare i nostri corpi.
Potremmo imparare a vivere come informazione coerente finemente intessuta nella struttura dello spaziotempo stesso. Freeman Dyson ha immaginato qualcosa del genere.
E poi?
Proprio non lo so.
È difficile immaginare come appariremo fra molti miliardi di anni. Saremo alieni. Saremo assolutamente incomprensibili a un essere umano odierno. Saremo creature di energia. Non lo so.
Una cosa, però, so: dovremmo cominciare adesso a lavorare alla nostra sopravvivenza.
Niente di tutto ciò sarà possibile se non rivolgiamo la nostra attenzione al problema.
Abbiamo le capacità, la tecnologia, l'infrastruttura, il potenziale economico per costruire questo futuro. Potremmo perderlo in pochi anni, poche decadi o al massimo pochi secoli.
Eppure non proviamo. Non ci stiamo lavorando. Neanche lontanamente.
Siamo limitati, ma abbiamo dimostrato più e più volte che siamo in grado di superare i nostri limiti grazie alla nostra creatività e intelligenza. Possiamo farcela se impariamo a cooperare seriamente, se diamo prova che siamo mentalmente sani come specie. Altrimenti meritiamo l'estinzione.
La scelta è nostra.
Voi cosa volete fare?
Darsch
_ chiavi di lettura:scienza, futuro, società, tecnologia, universo, energia, ambiente, guest post, evoluzione

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_ Commento di albyok _ profilo homepage
_ scritto il 28.04.2011 alle ore 12:58
È tutto molto interessante, ma secondo me il tutto salta un gradino fondamentale. Stiamo sfruttando il nostro attuale pianeta al meglio? No. Semplice e lineare. Ha quindi senso pianificare lo sfruttamento di pianeti e risorse al di fuori di esso, prima di sfruttare bene ciò che abbiamo? Poco o marginalmente.

Le questioni affrontate sono comunque molto stimolanti, però io non sarei neanche così pessimista. Ti basti pensare a 200 miseri anni fa e fare un paragone tra ciò che puoi fare oggi e cosa non potevi fare a quei tempi. Magari tra 200 anni andare sulla Luna sarà una cosa da tutti i giorni.

Una parte su cui però concordo in pieno, è quella di pianificare. Troppo spesso si fanno scelte che hanno la lungimiranza di una talpa e come attenuante si usa un "vabbé, tanto morirò, fregasega". Ecco, questo è semplicemente orrendo.

Un piccolo appunto che quasi nessuno prende in considerazione: quando si pensa a concetti come "stiamo distruggendo la Terra", siamo incredibilmente egocentrici. La frase adatta sarebbe "stiamo rendendo la Terra un pianeta che non potrà più ospitare la razza umana". Infatti l'uomo non ha i mezzi fisici per "rompere" un pianeta, che si adatterà sempre a ciò che gli viene fatto, semplicemente inglobando le modifiche nel suo ecosistema.
_ Commento di Darsch _ profilo
_ scritto il 28.04.2011 alle ore 14:08
L'articolo offre uno splendido quadro di quanto poco ci rendiamo conto di essere "noi". Il fatto di pensare alla nostra sopravvivenza a cortissimo raggio e l'ostinazione con cui ci impegnamo a non ragionare sulle distanze giuste (centinaia/migliaia di anni) è uno di quei problemi di cui anche io mi rendo conto ogni giorno di più. Credo ci sia bisogno di un enorme sforzo collettivo per raggiungere il grado di consapevolezza necessario alla creazione di quella cultura cui fai riferimento. Uno sforzo indirizzato a infrangere quel filtro che ci impedisce di guardare oltre. Ma la vedo davvero dura, perché a questo mondo ci sono interessi in nome dei quali alcuni individui compiono atti a totale discapito della collettività, ce li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno che passa. E l'influenza che queste persone hanno su tutte le altre è forte proprio perché è basata su valori "a corto raggio", che fanno subito presa su chi ragiona esclusivamente sui propri interessi - o su chi ragiona poco in generale.
Il lavoro da fare per diffondere una cultura del genere è enorme, e deve partire dal basso ovviamente. Inannzi tutto dalla informazione/formazione ed educazione. Dopodiché direi che c'è da risolvere anche qualche altro problema per essere sicuri che le persone incaricate di muovere i fili condividano i giusti obiettivi e li perseguano in modo onesto. E già solo questo è una discreta gatta da pelare.

La parte più scientifica e tecnica è incredibilmente affascinante - ad eccezione dell'ascensore spaziale, che mi mette angoscia: io non mi affiderei mai a un cavo sospeso per centinaia di chilometri sopra l'atmosfera. L'enorme quantità di risorse disponibili a distanze ragionevolmente raggiungibili fa davvero riflettere. E sono anche io stupito del fatto che con tutto quel ben di dio lì fuori nessuno ancora si sia dato da fare SERIAMENTE per pensare a come sfruttarlo. Certo, considerando che adesso riusciamo a malapena a sparare un pugno di astronauti 3-400 Km. sopra di noi, di passi avanti ne dovranno essere fatti parecchi prima di raggiungere gli obiettivi che hai illustrato. In questo senso non credo che il tuo articolo sia troppo pessimista: uno sviluppo tecnologico del genere richiede tempo, ma soprattutto, visto l'andazzo, prima iniziamo a pensarci meglio sarà per tutti. Cominciar non nuoce. :)
_ Commento di Il_Gobb _ profilo homepage
_ scritto il 01.05.2011 alle ore 14:10
Sarei curioso di sentire l'opinione di Sonia su questo... costringila a commentare! ;P
_ Commento di Il_Gobb _ profilo homepage
_ scritto il 28.02.2012 alle ore 22:26
Mmmmmh... sto leggendo un sacco di fuffa interessante, questo articolo subirà presto una revisione in senso espansivo...
_ Commento di Darsch _ profilo
_ scritto il 29.02.2012 alle ore 10:54
E noi non vediamo l'ora! :P

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