doc Eterni bambini
_ scritto il 19.12.2012 alle ore 10:12 _ 1085 letture
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La cosa bella dell'essere bambini è che, in fondo, non si finisce mai di esserlo. Ci sono sensazioni ed emozioni provate nel periodo dell'infanzia che ti si aggrappano addosso e non ti mollano più per il resto della tua vita. E basta chiudere gli occhi per rievocarle, vivide e palpabili come fossero reali.


"Sveglia, c'è la neve"

Il viaggio non è troppo lungo, poco più di due ore. Adesso che sono adulto me ne rendo conto, ma quando ero piccolo quel dedalo di curve e tornanti in mezzo alle montagne sembrava non finire più. Così, per far passare più in fretta il tempo, cercavo di leggere o giocare, ma finivo puntualmente sdraiato di traverso sul sedile a sonnecchiare. Mia madre mi svegliava poco dopo Foligno, quando iniziavamo a salire di quota e la neve faceva capolino sui lati della strada. Ricordo che c'era una galleria che, per quanto mi riguardava, doveva essere per forza magica: entravi con la strada pulita e ne uscivi immerso in un bianco candore a perdita d'occhio. Da quel preciso momento, per me, iniziava il Natale.

Verso Colfiorito in genere mio padre accostava per mettere le catene. Il mio papà era, chiaramente, il miglior autista del mondo, perché riusciva a condurci sani e salvi a destinazione guidando per sterminate e impervie strade, a volte attraversando vere e proprie tempeste di neve. Una volta ha perso il controllo dell'auto a causa del ghiaccio, ma è riuscito comunque a non andare a sbattere contro le altre macchine. Da grande volevo diventare bravo come lui.
Superata la "piana di Colfiorito" (una sorta di vallata spazzata da un vento fortissimo, che d'inverno si riempe letteralmente di neve), sapevo che il peggio era passato. I pali di segnalazione ai bordi della strada erano coperti per metà di soffice neve e man mano che salivamo di quota ce n'era sempre di più.


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"Eccoci, saluta la nonna!"

Quando arrivavamo davanti alla sua casa, mia nonna spuntava dalla porta gridando: "Eeeh, come avete fatto presto!". Sempre. Anche se c'eravamo messi in viaggio 5 ore prima e avevamo incontrato più traffico di un esodo agostano. E' stato allora che ho iniziato a sospettare che mio padre dicesse a mia nonna che stavamo partendo quando già eravamo a metà del viaggio.
Il paese dei miei nonni si sviluppa sia in lunghezza che in in altezza, ed è unito da una singola strada che si arrampica su per le montagne, affiancata dalle (poche) case dei suoi abitanti e dal "fosso", un piccolo torrente che d'inverno porta a valle l'acqua che si scioglie dalle vette più in alto (quando non è un blocco di ghiaccio). E' diviso in quattro zone, una sorta di "rioni fittizi" se vogliamo: Vallepri è la parte più bassa, con un agglomerato molto caratteristico di case costruite quasi una sull'altra; poi c'è Colle, l'unico tratto di strada pianeggiante dell'intero paese; Cacciagatti è dove abitano i miei nonni; e infine, arrampicato sul fianco di un monte e raggiungibile solo percorrendo una ripida strada fatta di tornanti, c'è il Vaccarile, dove abitava la quasi totalità dei miei zii da parte di padre. In tutto il paese, a quei tempi, d'inverno, ci vivevano circa 30-40 persone. Adesso non ne sono rimaste neanche 10.

Il momento migliore per godere degli sconfinati prati e sentieri di cui erano disseminati i dintorni era l'estate; a dicembre c'era poco da scorrazzare per le montagne e il massimo che mi era permesso fare erano i pupazzi di neve. Quando non nevicava forte. E lì nevicava sempre molto forte. Ragion per cui, sceso dalla macchina, schizzavo sempre dentro casa a farmi spupazzare da mia nonna. Al piano inferiore c'era il suo piccolo alimentari, con l'osteria sempre piena di gente che beveva vino e giocava a carte (sì, anche con tre metri di neve). A tutte le ore li sentivi sbraitare e litigare su chi doveva mettere il carico o chi invece aveva lasciato la scopa all'avversario, per poi finire la serata a ridere e darsi pacche sulle spalle. In quella casa non ci si annoiava mai. Salendo la rampa di scale più ripida del mondo (deve essere senz'altro nel Guinnes dei Primati) si arrivava finalmente alla casa vera e propria, con il grosso e caldo camino costantemente acceso. E lì ad aspettarci c'era l'albero di Natale…smontato e riposto in comode scatole. Perché ovviamente dovevamo farlo noi (ce li vedete i miei nonni a combattere con gli addobbi?).


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"E' arrivato nonno!"

L'arrivo di mio nonno era annunciato dal caratteristico rombo del suo furgoncino verde. Veniva dal paese più a valle dove gestiva un altro negozio di generi alimentari, molto più grande di quello della nonna. Lo ricordo distintamente spuntare dalle scale col suo passo lento ma solido, togliersi il cappello, sorridermi e abbracciarmi. In genere portava sempre qualche busta con prodotti freschi per la cena o per il giorno dopo.
La cena passava in fretta e l'emozione cresceva sempre di più. La notte della vigilia in genere la passavo sveglio e puntualmente mi alzavo verso le 6 per sbirciare l'operato di Babbo Natale. L'albero restava acceso e ai suoi piedi c'era sempre una montagna di regali. Il camino scoppiettava felice e sul tavolo i miei mettevano un vassoio con una fetta di panettone e un bicchiere di vino, per dare un po' di conforto al povero vecchietto costretto a calarsi in spazi angusti per portarci i regali. "Ma non possiamo lasciargli aperta la porta?" – chiedevo spesso, ma guarda caso tutti cambiavano argomento. Dopo un'attenta analisi della quantità e dimensione dei vari pacchetti, spostavo lo sguardo sul vassoio per vedere quanto aveva avuto fame Babbo Natale: c'erano sempre un paio di morsi e il bicchiere era quasi vuoto. Significava che aveva gradito e io ne ero felice.
Il resto della notte la passavo completamente insonne, pronto a catapultarmi fuori dal letto non appena avessi percepito il minimo accenno di movimento all'interno dell'abitazione. L'eccitazione era talmente elevata che ricordo distintamente di aver passato i primi 10 minuti di tutte le mattine del 25 dicembre a zompettare freneticamente per la casa.


"Si parte"

Ma non era certo finita lì, perché di nonni ne avevo anche un altro paio. Neve permettendo, passati un paio di giorni in montagna, ci trasferivamo nella vicina Perugia. La cosa che ricordo con più gioia erano le passeggiate. Mio nonno era un camminatore passionale, adorava fare passeggiate lunghissime e trascinarti nei più reconditi vicoli della sua città. Il pomeriggio del giorno dopo il nostro arrivo era generalmente dedicato ad un giro al centro, con passaggio obbligato attraverso le famose "scale mobili" e il centro storico. Se ero fortunato, poco fuori città c'erano anche le giostre, e il tutto assumeva contorni ancora più magici (tuttora, ogni volta che mangio il croccante, mi tornano in mente quei momenti).

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Ad accoglierci la sera al rientro a casa c'era mia nonna, sempre indaffarata in cucina, e una temperatura tropicale, merito di termosifoni minuziosamente lasciati liberi di fare il loro dovere. L'odore che ti avvolgeva all'ora di cena è qualcosa che difficilmente dimenticherò: una delle specialità era la "torta sul testo", una sorta di focaccia piatta alta un centimetro e cotta su un utensile molto particolare (chiamato, appunto, "testo") realizzato in terracotta o ghisa. Era ottima da sola, ma tagliata a metà e farcita di salumi o salsicce alla griglia diventava irresistibile. In genere dovevano togliermela dalle mani con la forza, perché sarei stato capace di non mangiare altro. E' stato tagliando quella torta – e il salame da infilarci dentro – che ho imparato ad usare il coltello. Ricordo distintamente che era in atto una sfida tra mia madre e mio zio (suo fratello) su quale mano farmi usare. Alla fine ha prevalso la sinistra e da quel giorno, nonostante sia formalmente destro, moltissime attività le compio solo ed esclusivamente con l'altra mano.
Uno dei punti fissi delle serate natalizie perugine erano i classici giochi di carte. Sin da quando ero piccolo mi hanno fatto sempre giocare in modo piuttosto autonomo, col mio mucchietto di spicci e tanta voglia di vincere. Adoravo il sette e mezzo, la bestia e il mercante in fiera.

Le giornate passavano in fretta e all'improvviso era già ora di tornare. Il rientro a Roma era sempre accompagnato da una sensazione di malinconia di fondo. Di tutti quei momenti porterò sempre con me l'atmosfera e la sensazione di trovarmi a casa, anche se casa era lontana centinaia di chilometri.

Il Natale per me era il calore di quel camino e di quei termosifoni; la neve fuori dalla finestra; le curve e le montagne; le passeggiate; la torta sul testo; gli abbracci dei miei nonni e i sorrisi dei miei genitori.
Ora metà di quegli abbracci e metà di quei sorrisi non ci sono più e il Natale ha smesso da un pezzo di essere l'evento speciale che era durante l'infanzia. Ma non importa, perché a me basta chiudere gli occhi. Anche se fa dannatamente male.


[questo post è parte del mio contributo alla rivista realizzata dalla "Banda dei Picchiatelli" come regalo ad una persona speciale]
Darsch
_ chiavi di lettura:famiglia, festività, genitori, figli

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_ Commento di Il_Gobb _ profilo homepage
_ scritto il 22.12.2012 alle ore 13:59
Post delizioso ^____^
_ Commento di Darsch _ profilo
_ scritto il 22.12.2012 alle ore 15:56
Ti ringrazio. ^_^

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