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_ scritto il 23.01.2026 alle ore 18:00 _ 54 letture
Ventesima puntata della serie dedicata a Donkey Kong Bananza, divertentissimo platform 3D per Switch 2 che vede il ritorno del mitico gorilla dopo ben 11 anni dalla sua ultima avventura.
Il ventesimo episodio di Donkey Kong Bananza segna un punto di non ritorno: la discesa nel nucleo del pianeta raggiunge profondità estreme e il gioco inizia apertamente a parlare il linguaggio del finale. È una puntata lunga, intensa e volutamente eccessiva, in cui tutto viene spinto oltre: verticalità, distruzione, combattimenti, ricompense e, soprattutto, senso dello spettacolo.
L’episodio riparte sotto il livello 1600, in una sezione del mondo che sembra non finire mai. Spine ovunque, vuoti vertiginosi e una costante necessità di padroneggiare tutte le forme disponibili. Lo struzzo torna protagonista, non solo come mezzo di spostamento, ma come simbolo della filosofia di Bananza: movimento continuo, rischio costante, divertimento fisico e immediato. Anche gli errori – tasti sbagliati, cadute evitabili, distrazioni – diventano parte integrante dell’esperienza.
Man mano che si scende, il gioco mostra senza pudore la sua vera anima: distruzione sistemica e ricompense a pioggia. L’oro è ovunque, in quantità quasi grottesche, tanto da trasformarsi più in una conferma di potenza che in una reale risorsa da gestire. Ogni sottolivello è “altro giro, altro regalo”, in un loop volutamente compulsivo e appagante.
In mezzo al caos, Donkey Kong Bananza non rinuncia a momenti di quiete surreale. Le case acquistabili, i letti sempre più comodi, i balconi panoramici nel cuore del pianeta creano un contrasto straniante ma riuscito: rifugi improbabili incastonati in un inferno meccanico e steampunk. Il tono rimane leggero, autoironico, con dialoghi che smorzano la tensione senza mai spezzare il ritmo.
La puntata introduce e alterna boss, miniboss e ondate di nemici che sfruttano l’ambiente in modo sempre più aggressivo. Gran Pestifer versione K è solo uno dei tanti esempi di come il gioco chieda al giocatore di osservare, capire e colpire nel momento giusto. Non basta la forza bruta: serve leggere i pattern, attendere l’attimo, sfruttare il calore, la collisione, la fisica.
Il momento più emblematico dell’episodio arriva però con il carrello e la discesa finale. Quando finalmente tutto si sblocca, Bananza abbandona ogni freno e si trasforma in una corsa folle verso il centro assoluto del pianeta. La scala delle ambientazioni diventa quasi astratta: non si scende più “in profondità”, si scende in un’idea di profondità. Il nucleo non è una vena, è una massa viva di Banandium, una caricatura consapevole del “cuore del mondo”.
Lo scontro con King K. Rool rappresenta il climax naturale di questa escalation. Il boss fight è lungo, stratificato, a più fasi, e non risparmia frustrazione: ripetizioni, strada da rifare, gestione delle risorse e necessità di tornare indietro per prepararsi meglio. È una scelta di design che richiama volutamente i Souls, dividendo inevitabilmente il pubblico, ma coerente con la volontà di rendere il finale una vera prova di resistenza.
Quando finalmente il boss cade, Bananza non si accontenta di chiudere. C’è il desiderio, la risalita verso la superficie, la falsa conclusione, e poi l’ennesima beffa: non è davvero finita. Il gioco rilancia, aggiunge un’ultima sequenza, una nuova minaccia, e rimanda la conclusione definitiva all’episodio successivo, lasciando il giocatore sospeso tra esaltazione e stanchezza.
Donkey Kong Bananza #20 è una puntata che incarna perfettamente l’identità del gioco: eccessiva, rumorosa, spettacolare, a tratti sfiancante, ma sempre sinceramente divertente. È il momento in cui tutto converge, ma senza la fretta di chiudere davvero. Il nucleo del pianeta è stato raggiunto, ma non ancora conquistato.
Questo post è stato arricchito con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale.
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